L'Amore ai tempi della guerra

Tra le urla di chi fugge, nel caos di chi cerca un riparo, il terrore ad abitare gli occhi e le labbra, risuona una dolcissima melodia di vita che sovrasta il boato delle bombe.

E’ il miracolo accaduto in una delle infiniti notti ucraine, nella metro di Kiev, dove una donna di 23 anni, ha partorito la propria bimba, Mia, mentre fuori, il cielo scuro si accendeva di fuoco e paura.

Un simbolo della vita nello scenario di una guerra assurda ed ingiustificata, la potenza vitale di un fiore che nasce in un campo di avversità e distruzione.


Ad una ninna nanna segue poi il suono concitato delle campane, che sanciscono il matrimonio di due giovani ucraini, di 21 e 27 anni, che decidono di anticipare le nozze per giurarsi amore eterno prima di un possibile finale tragico dovuto alla battaglia in atto.

“Potremmo morire e volevamo solo stare insieme prima di tutto questo”, sono le parole della giovane sposa che, dopo la foto della breve cerimonia di nozze, pubblica sul suo profilo uno scatto in cui lei ed il neo marito impugnano le armi, arruolandosi in difesa della propria patria.

“Prima foto di famiglia dopo il matrimonio.”

Fotogrammi di anime coraggiose girano vorticosamente e tragicamente sui social, in una guerra reale e virtuale, che non lascia un attimo di respiro a mascherina abbassata, né tregua esistenziale, alla s-tregua di una affannosa corsa senza mai traguardo.


Freud, in Perché la guerra? (1933), riconduce tutti i fenomeni collettivi più importanti del vivere civile, dalla pace alla guerra, al dualismo delle pulsioni individuali: erotiche, che conducono al nascere della vita, attraverso l’amore, e le mortifere, che causano il morire, attraverso la guerra.

Eros (forza dell’Amore) e Thanotos (forza dell’Odio) si scontrano, si mescolano, agiscono insieme: non si possono isolare, né annullare le tendenze aggressive umane.

Ciò che si può fare, conferma Freud, è fare ricorso ai legami emotivi, alle relazioni, a ciò che risveglia la solidarietà ed il senso di vivere comunitario.

Il popolo ucraino non si arrende, amplifica la voce della libertà, fa risuonare nel mondo vagiti d’amore, inebria il cielo di fiori d’arancio, sventola all’universo bandiere di vita.


"Chissà se la luna di Kiev è bella come la luna di Roma, chissà se è la stessa o soltanto sua sorella”, recita una celebre filastrocca di Gianni Rodari: in effetti, da qualche notte sembrano così diverse, una giocherella nel suo cielo di stelle capricciose e smaniose, l’altra versa lacrime biancastre su un tappeto straziato di desideri dimenticati.

Quella stessa Luna, in un’alba non troppo lontana, ai confini di un continente inesplorato, salverà la nostra musica.


Dr.ssa Annunziata Perrino





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