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L'istruzione è la salvezza

Nel corso del Festival di Sanremo tra i vari interessanti e profondi monologhi vi è stato quello di Francesca Fagnani, giornalista che ha posto il focus su un tema molto controverso: quello del carcere come nuovo trampolino di lancio per una seconda possibilità, luogo di rieducazione e non repressione quale dovrebbe essere per i giovani. In diversi momenti del suo intervento rimanda all'importanza della scuola, riconosciuta dagli stessi ragazzi minorenni intervistati del carcere di Nisida, come l'unica vera arma per combattere "quel quartiere, quella palazzina, quel contesto" e riconosciuta come ciò che avrebbe potuto salvarli evitando che finissero in quel luogo. L'istruzione, dunque, rappresenta per questi ragazzi la via d'uscita da una strada spesso prescelta, non da loro. "Lo stato non può esistere solo per l'attività di repressione delle forze di polizia. Lo Stato dovrebbe combattere la dispersione scolastica e la povertà educativa, dovrebbe garantire pari opportunità, è una questione di democrazia, di uguaglianza. Lo Stato dovrebbe essere più attraente, più sexy dell'illegalità", conclude la giornalista. La scuola, l'istruzione sono un'opportunità di crescita e affermazione nella vita da garantire in maniera equa tanto nei centri quanto nelle periferie. Le istituzioni dovrebbero concentrarsi maggiormente sul percorso successivo che il detenuto affronte oltre che sulla definizione della pena in termini di gravità e durata della cagione. Tante sono le attività che potrebbero essere portate nelle carceri, affinché il periodo di detenzione sia motivo di rinascita e occasione di rivalsa su una vita che non sempre e non per forza è destinata a restare condizionata da quell'atto illegale. Tra le varie, sarebbe opportuno inserire la figura dello psicologo fissa parte integrante delle carceri e non una tantum, garantendo ai detenuti la possibilità di confrontarsi, liberarsi e sentirsi supportati quotidianamente. Molto spesso, una volta fuori, i detenuti continuano ad essere visti come tali e quindi esclusi dalle attività lavorative. Bisognerebbe educare la comunità all'inclusione di queste persone, garantendo loro un'occupazione e dunque la possibilità di continuare a sentirsi parte integrante di una società che troppo spesso li colloca ai margini.


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