Quando perdonare è vincere

La vicenda dell’arbitro Serra, e del suo clamoroso errore nel finale della partita Milan-Spezia, che ha tolto ai rossoneri la possibilità di vittoria, sta dilaniando sui social e sulle prime pagine dei quotidiani sportivi.

Ciò che ha destato stupore non è tanto l’errore in sé, all’ordine del giorno nel mondo calcistico, quanto piuttosto il pentimento, le scuse e le lacrime di un arbitro trentanovenne, che nel dopo partita si è mostrato scosso, come sotto choc.

Hai sbagliato come sbaglio io”, le parole consolanti del campione rossonero Ibrahimovic che, insieme ai suoi compagni di squadra, anziché insistere con le proteste, ha tentato di rincuorare l’arbitro nel suo crollo emotivo, condito di scuse eclatanti ed impotenti.



Serra ha commesso un errore abnorme, ma soprattutto una piccola rivoluzione: ha mostrato che anche un arbitro può sbagliare, probabilmente per la propria inesperienza e/o tensione, e chiedere scusa, dal momento che l’ammissione delle proprie fragilità non comporta movimenti di proteste e polemiche, quanto apertura e condivisione.

Avrà anche condizionato le classifiche del campionato di serie A, ma ha dato un'importante lezione a tutto il mondo calcistico, e non solo: quella del perdono principalmente come atto di separazione dall’Altro e riconciliazione con se stessi, un atto liberatorio quanto terapeutico.

Un accento che fa la differenza ed include la differenza: loro pèrdono, io perdòno.

Perché il perdono non cambia il passato, ma allarga il futuro (Paul Boese).

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