Sanremo 2022, il Trionfo della Bellezza

Personalmente guardare Sanremo, fin da piccola, è sempre stato come assistere l’Italia ai Mondiali, uno degli eventi più imperdibili e concitati da seguire: fremevo nell’attesa della cascata di polemiche su cui avremmo discusso a lungo, dell’incantevole eleganza che avrebbe accarezzato quelle temute quanto desiderate scale, del vellutato passeggiar di fiori che avrebbe omaggiato l’eccellenza dei super ospiti, del mio viaggio alla Battiato in “mondi lontanissimi”, che mi avrebbe permesso di toccare note, parole ed eternità.

Anche quest’anno, i miei occhi si sono nutriti di colori introspettivi, innovazioni musicali, estetica di testi e scenografie, affettività e gratitudini liquide, andate e ritorni, sapere e cultura, modernità e tradizione: probabilmente la chiave vincente di questo Sanremo è l’aver fatto suonare l’orchestra sulle melodie della Cura, quella per la parola, per la dignità umana, per la poesia, per l’Unicità.


Iniziando da Drusilla, il nobiluomo nei panni di una donna che incarna il miracolo da compiere ogni giorno da ognuno di noi, di diventare altro da sé per ritrovarsi in sé, nell’autenticità di chi può abitare tante parti di sé, senza per questo perdere il proprio Sé.

La tenerezza dei movimenti musicali e corporei di Cremonini, quel suo stesso corpo in una vita precedente appesantito da chili e demoni interiori, quel suo cuore che si aggrappava alla musica come un naufrago si tiene alla sua boa, in un oceano di paure e fame di vita.

Il ritorno a casa dei Maneskin, in una giostra vorticosa di lacrime e successi, di sacrifici e riscatti: la lezione mondiale di quattro giovani, che in meno di un anno hanno mostrato come si può cambiare il finale nelle storie svantaggiate, ma non per questo perdenti, loro che della rabbia e della ribellione ne hanno fatto favola e riscossa.




Le pure parole di scusa di un Achille Lauro inchinato a Loredana Bertè, ripercorrendo il testo della sua stessa “Sei bellissima”, quelle parole che tutti gli uomini dovrebbero avere per la propria donna maltrattata ed abusata, impersonando quello “strano uomo capace di dire solo sei bellissima perché ha ancora paura di riconoscere il suo valore e dolore”.

Il falco a metà Grignani, che ha smarrito la sua metà da tempo e lotta ancora per raggiungere la sua meta, con i suoi dolori al buio che palesemente lo affaticano e la sua musica a tenergli la luce accesa nella sua vita.

La gentil “mano di Dio” sulla tastiera di Mengoni a digitare la parola, quella libera, ma rispettosamente umana, per lo stesso cantante che in passato ha sentito sempre più gravare quei 95 chili per il fardello di insicurezze personali e pregiudizio sociale.



I vincitori di questo Sanremo anticonvenzionale e libero da schemi preconfezionati non possono che essere loro, il duo fluido Blanco e Mahmood, in cui gli stili, i generi sessuali, gli affetti si attraversano, espressione di una generazione che ridefinisce con entusiasmo e genuinità la propria voglia di Libertà.

Infine i monologhi sulle discriminazioni razziali e sessuali, disabilità, povertà ed esclusioni sociali, insomma un Sanremo quanto più “inclusivo” possibile, lo specchio di un Paese che è cambiato dopo la pandemia: un grande lavoro di Ama-deus, che ha trionfato nel suo divinizzare la Musica, servendo a noi comuni plateali la Verità dello spettacolo della Bellezza.


Perché Sanremo è Sanremo.



Dr.ssa Annunziata Perrino


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