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Il bambino che dona

Aggiornamento: 3 gen

Quando parliamo di "dono" si pensa, quasi in maniera immediata ad un atto di ricezione dall'altro o dalla vita stessa; è importante distinguere il dono dal regalo e riflettere sull'altra faccia della medaglia, ossia sulla capacità di donare e donarsi. Nel corso dello sviluppo emotivo-affettivo l'acquisizione di questa tappa risulta determinante e un punto si svolta nella costruzione delle relazioni interpersonali e della personalità. Spesso ci capita di assistere a bambini che donano un pezzetto di legno, una briciola di pane, un tassello delle loro costruzioni o un piccolo pezzo di carta. Possono sembrare cose insignificanti ed inutili, che superficialmente vengono lasciate lì o che vengono buttate davanti agli occhi sempre attenti del piccolo che li ha donati. Ciò risulta un esempio negativo per il bambino che ha contezza del fatto che il suo "donare", per lui gesto ricco di significati e di valore, non venga apprezzato dall'altro. Regalare e donare sono due cose differenti. Regalare viene dal latino “rex”: re, regio, regale e dallo spagnolo regalo = dono al re, regalare = rendere omaggio al re. È un atto di riconoscenza verso qualcuno nei confronti del quale sentiamo di compensare un debito. Donare viene dal latino dōnare, da donum «dono», dare senza esigerne il prezzo e la ricompensa o restituzione. Donare ha un significato più profondo: si offre qualcosa come testimonianza dell'amore che si prova in maniera incondizionata senza aspettarsi e pretendere nulla in cambio. Il dono è un omaggio alla persona, al suo cuore e ai suoi sentimenti. Con il dono si trasmettono stima e amore, perché chi lo offre esprime ciò che sente in modo autentico e senza secondi fini. Quando il bambino dona un oggetto apparentemente insignificante, sta donando una parte di sé stesso e sta dicendo: "ti voglio bene", "sei importante per me". I bambini sono l'esempio vivente di cosa significhi donare e amare in modo incondizionato, noi adulti e genitori. Quelle cose che si credono insignificanti sono un pezzo del suo cuore.  

E’ importante far sviluppare un forte senso di interconnessione e di comunità, insegnando ‘’l’arte del saper donare’’ ai propri figli e non solo quella di ricevere.

Prima dei 7-8 anni, il padre del cognitivismo Jean Piaget, afferma che il bambino si trovi nel periodo dell’”egocentrismo infantile”: una fase di crescita in cui il bambino si relaziona con il mondo unicamente dal proprio punto di vista, senza essere capace di percepire la differenza tra il proprio punto di vista e quello altrui. Pensando al neonato possiamo facilmente comprendere questa condizione: il piccolo non sa che esiste una distinzione tra sé ed il mondo, ed è quindi unicamente concentrato sull’appagamento dei propri bisogni. In generale, nei primi anni di vita, il bambino è impegnato nel costruire una propria esperienza della realtà, prima di poter considerare l’esistenza di altre prospettive oltre la sua.

L’essere concentrato su sé stesso è inevitabile, positivo e funzionale alla crescita.

Tra i 18 e i 24 mesi, il bambino inizia gradualmente a comprendere l’esistenza di un confine e distinzione tra “dentro” e “fuori”, tra sé stesso e chi lo circonda. Si avvia un processo chiamato “identificazione del sé”. La sua posizione rispetto al mondo, nonostante si ritenga un essere distinto dall'altro, resta predominante. Il bambino din questa fase evolutiva sfida l'adulto, diventa meno obbediente e pronuncia i primi “no” che manifestano il suo bisogno di sperimentare, misurarsi rispetto all'adulto e affermare la propria volontà. Oltre il "no", in questo periodo altre due parole ripete spesso: “io” e “mio”. Il piccolo tra i 18-24 mesi è convinto che tutto il mondo ruoti intorno a sé e tutto gli appartenga. Questa è una fase evolutiva importante, in cui comincia a capire il concetto del sé, dell’altro e della proprietà. “Mio” è una parola facile da pronunciare, ma dal grande significato evolutivo. L'uso di tale aggettivo suggerisce che sta comprendendo il legame astratto tra una persona ed una cosa. Man mano il concetto di possesso evolve.

Se è vero che nei comportamenti legati al “è tutto mio” vi è un importante momento di maturazione cognitiva e strutturazione della personalità, non va dimenticato che tutto ciò avviene con un percorso di sviluppo non lineare.

Questa fase di spiccata possessività si prolunga per qualche anno, è frequente vedere bambini al nido contendersi un giochino. Anche nella scuola dell’infanzia bambini di 3-4 anni sperimentano questi conflitti con i coetanei: sono ancora molto concentrati sui propri desideri, seppure siano ormai in grado di capire che non tutto appartiene a loro. A questa età la difficoltà maggiore sta nella condivisione degli oggetti preferiti o con i quali il bambino si identifica. Gli educatori in questa fase sono tenuti a migliorare la gestione dei bisogni e desideri dei loro piccoli all’interno del vivere sociale.

Condividere giochi e momenti al nido e in altri contesti sociali come al nido e alla scuola dell’infanzia, dove i bisogni di un bambino spesso si “scontrano” con quelli di altri pari, rappresenta una palestra importante per superare l’egocentrismo infantile. I momenti di tensione e contesa di un gioco sono infatti terreno fertile per sperimentare soluzioni ai conflitti, gestire la frustrazione, imparare a “fare a turno”, a giocare insieme, a condividere. Il compito dell'educatore non è quello di intervenire come una sorta di giudice per “risolvere” il litigio: queste situazioni non richiedono l’intervento diretto dell’adulto, a meno che non vi sia un rischio di tensione eccessiva; esistono altre azioni educative a più ampio respiro che gli educatori possono progettare per favorire nei bambini le capacità empatiche, fare esperienza di condivisione e comunità, vivere e dare un significato al tempo dell’attesa, del turno e della pazienza.

È importante dare regole chiare nel definire ciò che appartiene a lui e agli altri, guidandolo in ogni caso all'apertura verso la condivisione di ciò che è suo, se ciò non avviene in maniera spontanea. Il migliore modo per stimolare la capacità di donare da parte dei nostri piccoli è essere esempio di gentilezza e gratitudine. La condivisione non andrebbe mai obbligata o ottenuta con rimproveri. Il bambino può essere incoraggiato a condividere con l’esempio che proviene dalle figure di riferimento adulte. La gentilezza che l’educatore userà nel chiedere, dare, scambiare le cose con altri e con il bambino stesso, usando parole del tipo: «posso?», «grazie», «per favore», sarà facilmente imitata.

È importante dinanzi al bambino che dona mostrare riconoscenza e apprezzamento, custodire ciò che si riceve con cura come una parte preziosa di lui. Ciò stimolerà la sua iniziativa alla condivisione, alla gentilezza nei contesti sociali più ampi, sia rispetto ai pari che rispetto all'adulto.


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